
“Musica Impegnata”, questa per molto tempo è stata l’espressione usata per identificare una musica, spesso molto elaborata, che accompagnava un testo il quale non aveva niente da invidiare a un qualsiasi scritto poetico; in questo cesellato prodotto del pensiero, in questo rifinito oggetto d’arte (ovvero il testo musicato) si calava un ‘peso’ politico-sociale o filantropico-utopistico; da questo punto di vista gli anni ’70 sono molto fertili, pare quasi che per più di un decennio ci sia una rivoluzione artistica che sollevi in ogni campo consensi a partire dalla spinta dell’atmosfera politico-rivoluzionaria sessantottina, infatti, l’arte è sempre stata in ogni epoca il risultato di una situazione sociale e politica, ogni prodotto artistico è il riflesso di un sogno utopico legato al contemporaneo-futuro, è la rappresentazione dei nuovi costumi, dei nuovi pensieri, delle nuove concezioni. Tra gli anni ’60 e ’70 si elabora un nuovo modo di produrre canzoni che scardina completamente i tradizionali sistemi creativi, il ritornello non è più l’elemento primario, la commistione dei vari generi musicali diventa all’ordine del giorno, i brani sono immaginosi e pieni di rifacimenti alla musica classica, barocco-medioevale, celtica, jazz, rock, al genere orientale, ecc, ecc.




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