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Wednesday, March 21, 2012
Tuesday, March 13, 2012
Il Salento Metafisico di Carmelo Bene [di Francesca R. Recchia Luciani]
Il SALENTO METAFISICO DI CARMELO BENE, saggio di Lorena Liberatore (edito da F.A.L. Vision), scopre sin dal titolo le proprie carte: la sua posta in gioco è la peculiare relazione beniana tra radicamento e sradicamento, tra l’avere i piedi ben piantati nella terra-madre e allo stesso tempo le ali spiegate e pronte per prendere il volo, proprio come accade ad uno degli alter ego di Bene, San Giuseppe Desa da Copertino, il santo volante, l’autore di “voli pindarici, ed estatici”, come li definisce Carlo Coppola nella sua densa introduzione al volume.
Il ritratto è quello di un Bene che resta caparbiamente ancorato alla sua origine, alle sue radici, col riferimento costante a quel luogo/non-luogo dal quale ci si è allontanati e al quale si torna continuamente, sino alla fine, luogo dell’inizio e agognato luogo della fine.
L’immagine che consegna al lettore Lorena Liberatore è quella di un artista eclettico e geniale di cui si attraversa con passione l’esistenza e l’opera, pur nella consapevolezza che quella incarnata da Carmelo Bene è un’eccedenza, il suo agire attoriale e autoriale un eccesso che non si lascia catturare da schemi e griglie categoriali, un unicum il suo lavoro e la sua personalità che sfuggono e rifuggono alle classificazioni perché tutte le oltrepassano. Eppure questo saggio riesce ad afferrare a sprazzi un Bene “vero”, nella sua inespugnabile complessità. A partire proprio dal complicato rapporto con le sue origini, con le radici, col quel Sud metafisico che condivide la sua antropologia essenziale col Sud magico di Ernesto De Martino, rivelandosi però in un ribaltamento di prospettiva: infatti, l’esser-ci (il Dasein heideggeriano) che vi si manifesta, per il primo, lo fa attraverso l’assenza, per il secondo, attraverso la presenza, in un caso ricostruendo il paese come paesaggio familiare, nell’altro denunciando il rischio dello spaesamento. E in entrambi si affaccia già il rituale, tanto magico quanto teatrale, della ripetizione, quel ritmo che Deleuze riconosce nel volume dialogico Sovrapposizioni come il tratto caratteristico del lavoro teatrale di Bene, che dalla riproduzione creativa del testo e del gesto fa emergere la differenza.
In quella ritmica altalenante tra questi due poli in cui la ripetizione s’impone come “il riproporsi di una variazione” che conserva e salvaguarda la singolarità, l’atto ripetitivo si palesa come autentica trasgressione. La ripetizione, nietzscheanamente intesa da Deleuze come “eterno ritorno dell’uguale”, è tuttavia sempre – sottolinea Lorena Liberatore nel suo approfondimento su Bene e la filosofia – un ripetersi e rinnovarsi, come già vecchio e tuttavia nuovo, come già visto e però inedito, come persistenza e insieme cambiamento. È nello iato tra questi opposti, nell’intervallo tra l’uno e l’altro che si dà la differenza, valore aggiunto alla rappresentazione, invenzione nella ripetitività, fatto creativo nella riproduzione infedele. In tal senso, per esempio, il rapporto con i classici, l’assidua frequentazione delle letterature, è mediato dal paradigma della sottrazione o dell’amputazione, riduzione fenomenologica del testo e dei personaggi per giungere a quel residuo di coscienza pura che è l’azione teatrale.
Il teatro di Carmelo Bene giunge così al grado di fusione artistica, allo stadio del calor bianco creativo nel suo non essere, come scrive Deleuze, “anti-teatro”, ma piuttosto – diremo – meta-teatro, un teatro metafisico che nella sua ricerca dell’essenza si fa teatro ontologico o ontologia teatrale, anche grazie al “depensamento”: tecnica impura che consente di annullare la “coscienza ragionativa” al fine di compiere un’altra riduzione fenomenologica per giungere ancora alla coscienza pura, a una sorta di Lebenswelt teatrale/teatrante.
Così, sottolinea Lorena, anche la distinzione proposta da Derrida tra logocentrismo e fonocentrismo viene tradotta da Carmelo Bene in una prassi originale e attenta alla voce come logos parlante, vivente e presente, proprio in contrasto con la dimensione cadaverica della scrittura, rilevata proprio da Derrida, che coagula nel testo un pensiero ormai estinto, già in stato di putrefazione proprio perché bloccato nel suo sviluppo, nella sua dinamica evolutiva che s’incarna solo nella phoné. E d’altra parta la voce per Carmelo Bene fu strumento straordinario di creazione artistica, luogo di sperimentazione del superamento della relazione non univoca tra il vocalico e il semantico, tra l’emissione sonora delle parole e il significato attribuito loro.
Da ultimo Lorena Liberatore s’interroga su un tema alquanto scabroso: la relazione beniana col sacro, senza ovviamente arrischiarsi a rispondere in via definitiva agli interrogativi che essa pone. Di certo, possiamo dire, quello di Bene è stato uno dei rarissimi tentativi di elaborare una autentica visione artistica del mondo sub specie aeternitatis.
Il Salento metafisico di Carmelo Bene, il primo libro di Lorena Liberatore [di Mary Divella]
Un omaggio a Carmelo Bene e alla sua terra d’origine, il Salento, è il libro di Lorena Liberatore, “Il Salento metafisico di Carmelo Bene”, (F.A.L. Vision Editore), presentato a Bari nella libreria Laterza qualche giorno fa.
“Affondare la propria origine in terra d’Otranto è destinarsi un reale immaginario. E’ li appunto, nel primo di di un settembre io fui nato. Otranto. Da sempre magnifico religiosissimo bordello, casa di cultura tollerante confluenze islamiche, ebraiche, arabe, turche, cattoliche. Ne è testimone la stupenda cattedrale. Il suo favoloso mosaico figurante l’albero della vita, dell’anno 1100. Una tolleranza di si disparate correnti, come il trascolorare dello Ionio, non si è mai verificata in nessun’altra zona d’Italia.” A cantare Otranto, con queste parole d’inaudita bellezza e passione, tra le pagine del suo scritto autobiografico “Sono apparso alla Madonna”, il figlio più grande che questa terra abbia mai partorito nel Novecento: Carmelo Bene, appunto. E se la sua terra d’origine sembra averlo dimenticato, considerando le recenti vicende della messa all’asta della casa paterna, cosi non è per tutti. Se a Bari , dal 24 al 31 marzo, nella vetrina cinematografica del Bifest ci sara’ quest’anno un festival nel festival, “Il festival Carmelo Bene”, con circa 50 ore di materiale di documentazione sull’attività in cinema, teatro e televisione dell’attore-regista, a restituire, a dieci anni dalla scomparsa, Carmelo Bene alla sua terra, a quel Salento da lui amato fortemente, da cui e’ partito e che si è portato dietro e dentro in tutta la sua arte, ci pensa il libro di Lorena Liberatore.
Se è vero che, nell’immaginario collettivo, Carmelo Beneè’ una figura che del teatro è’ stato e rimarrà un simbolo, pur avendone costantemente rifiutato i trucchi e i fastigi illusori; se è vero che di lui resta l’immagine del grande mattatore, contestatore di tutto e di tutti, le cui contraddizioni si leggono nella traiettoria tracciata in quarant’anni di lavoro da lui confusi con la vita; se è vero che lo vediamo trasformarsi dal rivoluzionario dissacratore del modo di fare teatro e anche cinema, a depositario dei caratteri di una scena antica, è pur vero che fu un intellettuale raffinatissimo, un letterato eccellente e un uomo assai garbato nella vita privata. Nel suo volume, Lorena Liberatore si è dedicata allo studio di Carmelo Bene, cercando di offrire al lettore nuovi punti di vista, annullando gli stereotipi che si accavallano con il Carmelo Bene artista, letterato, geniale e dissacrante comunicatore di sopraffina arte. Si ripercorre, cosi, con strumenti di ricerca innovativi e mai banali, attraverso uno studio raffinato e intelligente, l’intera vita di Carmelo Bene, il pessimismo ed il realismo, il suo teatro, i suoi film e la forte propensione alla rottura degli schemi, alla rottura della stantia recitazione e del teatro classico, fino a “rovinarlo” elevandolo alla beniana concezione. E, in tutte le identità, i “personaggi”, le pieghe della vita di questo artista poliedrico, scorre forte il legame con la sua terra, il Salento, appunto.
L’introduzione al libro di Carlo Coppola e, in appendice, l’intervista rilasciata da Luigi Mezzanotte, attore, nonchè amico, che per un decennio intero ha lavorato al fianco di Carmelo Bene, fungono da cornice e impreziosiscono il volume di un ulteriore, ricercato contributo al pensiero e all’arte di questo grande artista.
Insomma, un lavoro riuscito proprio “Bene”.
Perche’ la scelta di un personaggio come Carmelo Bene per un’ opera prima?
Perché Carmelo Bene è un grande artista la cui genialità, l’eterogeneità, e le cui innovazioni non sono state ancora totalmente, e non da tutti, comprese, anche se a dieci anni dalla sua scomparsa. La sua ampia cultura arcaica, novecentesca, filosofica, e mistica, e i suoi testi ricchi di riferimenti culturali giustificano tutta la mia dedizione nello studio dell’esperienza artistica e umana di Bene.
Come e’ nata la passione per questo artista?
È nata per puro caso e per curiosità. Quando mi sono iscritta all’università ho conosciuto due cari amici appassionati di Carmelo Bene, interessati in particolar modo al Bene regista e attore. Avendo una grande sete di conoscenza ed essendo alla ricerca di qualcosa di particolarmente interessante per i miei studi letterari, mi sono accostata a questo Genio beniano. Allora Bene ci aveva lasciati da pochissimo tempo. Ho cominciato con la lettura di Nostra Signora dei Turchi e ne sono rimasta fortemente colpita, ho poi proseguito con lo studio di tutti gli altri suoi scritti, traversando anche le esperienze poetiche e gnoseologiche, il teatro, il cinema, fino ad arrivare a visionare i filmati delle sue apparizioni televisive e a documentarmi con testimonianze e saggi critici a lui dedicati. Ho quindi dato origine a una vera e propria indagine che è in corso ancora oggi e che, nonostante siano passati dieci anni, mi svela di volta in volta qualcosa di nuovo di questo Chevalier des Arts et des Lettres.
Lei ripercorre tutta la vita di Carmelo Bene con grande scrupolo. Chi l’ha aiutata?
Mi hanno aiutata i miei studi letterari, il mio amore per l’arte e per lo studio, la pazienza, un po’ la fortuna… e anche San Giuseppe Desa da Copertino!
Quale, tra le diverse identita’ di Carmelo Bene, ama di piu’ Lorena Liberatore?
Sono molto attratta dall’artista e soprattutto dallo scrittore, ma non c’è un aspetto o un’identità che amo di più, dato che non “amo” Bene, nel senso che non l’ho mai idolatrato. Lo rispetto profondamente e apprezzo la sua arte, ma nei miei studi mantengo sempre un certo distacco e un occhio critico che mi permettono di non idealizzare la materia trattata.
Cosa pensa della vicenda legata alla messa all’asta della casa paterna di Carmelo Bene a Santa Cesarea Terme?
È una vicenda molto triste. È un vero peccato che quella casa (dove Carmelo Bene ha scritto buona parte del romanzo Nostra Signora dei Turchi e girato l’omonimo film) non possa rimanere a Maria Luisa Bene, almeno finché sarà in vita, o che non si possa farne un museo commemorativo in onore a suo fratello.
da http://www.lsdmagazine.com/il-salento-metafisico-di-carmelo-bene-2/10087/
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