Essere o avere…. essere e avere




Ho scritto questo testo nel 2011 ma non l’ho più pubblicato. Lo posto oggi, qui, perché dice cose vere che vale la pena condividere senza pregiudizi e falsi buonismi. Sono una donna, un’autrice, un’insegnante, un’appassionata di arte, figlia, amica, confidente, ed altro… un essere umano, e una donna con disabilità. In quanto tale posso esprimere dal mio punto di vista il percorso di chi come me troppo semplicemente viene definito disabile. Ancora più forti possono apparire queste parole, oggi che una pandemia ha azzerato tante fatiche e lotte, e un'intera categoria sociale troppo a lungo è stata completamente abbandonata a se stessa, persino fino a decidere che non valesse la pena salvarla!


Non è senza dolore che un disabile affronta la propria vita. Non la si può proprio evitare la sofferenza, diventa parte integrante del proprio essere, un po’ come il bagaglio culturale. Ogni disabile vive più o meno immerso in un’infinità di problemi, e in maniera più o meno consapevole.
Non ci si sveglia una mattina dicendo ok oggi cambio, oggi metto a posto tutte le mie difficoltà e le mie preoccupazioni, le mie ansie e le mie angosce!, no!, ci si sveglia mille volte di seguito e si spera nuovamente in un piccolo/enorme miracolo. Non quello di guarire naturalmente, ma quello di avere una vita serena, di poter scegliere il proprio futuro… Magari essere integri interiormente, coerenti, capaci di determinare le proprie vite, al pari di qualsiasi altro essere umano detto normodotato in quanto sano.
Non è svegliandosi una mattina che si dice a se stessi va bene così, o ho fatto tutto quello che posso per me stesso, ma svegliandosi mille mattine di seguito, pensando all’azione più prossima, concentrandosi sui mille impegni del presente e intanto sperando di fare sempre le scelte più o meno giuste, e ripetendo a se stessi ad ogni passo anche questa è fatta o devo fare di più.
Non è svegliandosi un mattino e guardando dalla finestra che ci si sente soddisfatti del proprio percorso di vita, ma un mattino dopo l’altro sommando inconsciamente ogni singola giornata, ogni traguardo, ogni azione, ogni nuovo percorso intrapreso, ogni superamento di un proprio limite. E non è detto che questo accada, non a tutti. Se si è scelto di lottare, se si è avuta la possibilità di farlo, non è appena aperti gli occhi che ci si sente sereni e appagati; ma prima di chiuderli forse, alla luce della propria consapevolezza di quanto si è lottato, che ci si sente momentaneamente soddisfatti.
E intanto tra la speranza di un miracolo o di un cambiamento radicale, svegliandosi mille mattine di seguito, pensando anche questa è fatta o devo fare di più, sommando mentalmente tutti i propri traguardi e riaddormentandosi stanchi del proprio errare, il tempo passa inesorabilmente, gli amici si allontanano, si riavvicinano, si realizzano, cambiano, invecchiano, invecchiano i propri genitori, le migliori amiche d’un tempo le riscopri radicalmente cambiate, mentre, magari, di sé si ha l’impressione d’essere rimasti allo stesso punto, di non essersi mossi d’un solo passo. E invece si è cambiati a propria volta radicalmente!
Talvolta non rimane che un pugno di polvere, un giro di vite
Forse il tempo per quelli come noi passa più lentamente, il tempo può essere una trasparente nebulosa che si muove con infinita lentezza.
Ma per quanto pessimisti, cinici, arresi alle proprie difficoltà, non si smette mai di sperare in un miracolo, di credere in qualcosa, in se stessi, o in un’essenza divina. L’importate è continuare a credere, perché nel momento in cui si smette di avere fiducia è la fine, siamo persi in noi stessi.
Per quanto riguarda me io mi sveglio tutte le mattine, sempre ad orari diversi, spesso cerco di non ascoltare le mie preoccupazioni, o, a volte, l’emozione dell’ebrezza funambola; e dico Va bene, ancora per oggi. Ora ricominciamo a ridere, domani ricominceremo a lottare!!!


 

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