C'era una volta... un dromedario







Ricordo un laboratorio di scrittura creativa, di due anni fa. Ero contenta di occuparmene, anche se quel giorno la mia testa volteggiava tra pensieri meno leggeri. 
Immaginavo gli esercizi che avrei proposto, i giochi di ruolo, a come divertire, e a come creare situazioni che intrattenessero, o semplicemente strappassero un sorriso. Un paio d’ore in serenità. 
Ma altri pensieri non erano così luminosi. E ricordo che nel momento in cui attraversai la piazza principale, passando davanti la chiesa, le campane suonavano a morto. Alcune persone erano sul sagrato, pochissimi addossati a un corrimano. 
Per pochi attimi ebbi quasi l’impressione stessero suonando per me. Perché? Vi chiederete. Custodivo una sorta di lutto. 
Una parte di me si era trasformata, o forse era andata via per sempre. Qualcosa del passato. “Forse è stato tutto inutile”, pensai. Percorsi il retro della biblioteca comunale slittando sui ciottoli, mentre un senso di vuoto si faceva sentire, insieme a un altro sentimento, più basso, che annientava. Ma proseguivo, intanto che raggiungevo il portone in legno e superavo la rampa. 
…Mi bastò entrare nella sala per essere avvolta dall’entusiasmo di chi era lì ad attendere, e in pochi secondi quella pesantezza volò via. 
Quel giorno la mia mente non era al massimo, perché a tratti ancora guardava altrove. Non ero io. Ma rientrai a casa ridendo fra me al pensiero di un dromedario in una baita, e chiedendomi perché mai in un luogo così inconsueto dovesse incontrare proprio una cimice!
 

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